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LE PRUGNE ELETTRICHE…

…ovvero la sfortuna di un nome che sembra un potente …
…lassativo!

Foto delle Prugne(a sinistra/sotto: la foto del gruppo).

La storia inizia nel 1965 quando alcuni ragazzi che suonavano nella zona della San Fernando Valley di Los Angeles tentano di affacciarsi in un mondo musicale all'epoca molto affollato.

Il genere è quello che vá per la maggiore in quegli anni, il garage e la prima psichelelia; anche loro tentano nuove strade e i cambi di formazione sono frequenti, anche se i nomi stabili alla fine restano quelli di James Lowe, voce e harmonica, Ken Williams chitarra solista, Mark Tulin, basso e tastiere e Joe Dooley, batteria; anche il nome del gruppo cambia con facilitá, passando per ‘The Sanctions’ e ‘Jim and the Lords’, senza che nessuno se ne accorga, e senza che accada nulla.

La svolta avviene quando incontrano Dave Hassinger, al tempo tecnico di studio alla RCA ma anche legato alla Reprise: di Frank Sinatra come ricercatore di nuovi talenti.

Dave li trova molto interessanti, a convincerlo sono la grinta del vocalist Lowe e la buona tecnica del chitarrista Williams, e cosí li porta in uno studio di registrazione locale (Sky Hill Studios di Leon Russell) dove provano ad incidere alcuni brani; occorre un nome per il gruppo, ne vengono scritti su di un foglio alcune decine, senza peró trovare l'accordo di tutti, finchè qualcuno per scherzo scrive ‘The Electric Prunes’ in fondo all'elenco.

Tutti d'accordo, il nome sará quello!

La formazione come sempre non è del tutto stabile e, al momento di incidere e pubblicare il loro primo singolo, è a cinque elementi e comprende:

Il primo singolo è pronto per essere messo sul mercato: esce nel 1966 e comprende “AIN'T IT HARD” e “LITTLE OLIVE”, due discrete canzoni dalle sonoritá psichedeliche con una buona venatura Rock.

Il disco non vende moltissimo, e ottiene un modesto successo a livello locale.
Non basta!

Dave crede fermamente nelle doti del nuovo gruppo, che nel frattempo è riuscito a far mettere sotto contratto dalla Reprise:, e inizia a cercare un brano che possa lanciarli alla grande nel panorama musicale.

La fortuna dei cinque californiani passa attraverso il destino che porta il loro ormai ufficiale produttore Dave a bussare alla porta di due autrici che diventeranno importantissime per le sorti del gruppo.
Le due erano Annette Tucker e Nancie Mantz, che qualche tempo prima avevano scritto un brano scarno, acido e ruvido: la mitica “I AIN'T NO MIRACLE WORKER”, incisa dai misconosciuti ‘Brogues’ e dai piú famosi ‘Chocolate Watchband’.

Il destino e la fortuna sono di fianco alle due autrici quando lo accolgono: le due hanno pronta un'altra canzone, e quella sera quando telefona entusiasta ai ragazzi solo immagina ma ancora non sa che si sta per compiere il loro destino!

Nasce cosí “I HAD TOO MUCH TO DREAM (Last Night)”, uno dei piú grandi successi della storia della psichedelia americana, e non solo!
La Reprise: pubblica il nuovo Singolo, con retro “LUVIN'”, alla fine del 1966.

Il disco ha un buon successo e proietta i Nostri in Hit Parade, anche se non sfonda: raggiunge la posizione N°11 nella Billboard americana e un modesto N°49 in Inghilterra.

Nonostante le vendite non certo esaltanti, la Reprise: vede la possibilitá di poter ottenere un certo riscontro economico con i loro dischi e quindi contatta le due autrici ‘miracolose’ obbligandole letteralmente a scrivere altre cose per il gruppo, che nel frattempo con il loro nuovo singolo ottiene numerosi passaggi nelle Radio e Tv anche a livello nazionale.

Il duo Tucker ≈ Mantz è molto ispirato e, messo sotto pressione, sforna per le Prugne altre ottime canzoni, su tutte “ARE YOU LOVIN' ME MORE”, “SOLD TO THE HIGHEST BIGGER”, “DR.DO-GOOD” e “ANTIQUE DOLL”.
Molte di queste vanno a riempire i solchi del primo disco a 33 giri, che esce velocemente con il solo nome del gruppo e con sottotitolo il nome del loro primo e per ora unico hit (THE ELECTRIC PRUNES, I had too much to dream (last night), 1967).

A questo punto è d'obbligo aprire una parentesi italiana, dal momento che vi sono alcune strane e sorprendenti curiositá: intanto è d'obbligo citare i Corvi di Parma, che incisero “I Had Too Much To Dream” in italiano traducendola in una splendida “SOSPESA A UN FILO” che regge benissimo il confronto con l'originale; la curiositá sta nel fatto che gli stessi Corvi avevano inciso pochi mesi prima anche “UN RAGAZZO DI STRADA” che altro non era che la “I Ain't No Miracle Worker”, sempre del duo Tucker ≈ Mantz. Entrambi i brani ebbero in Italia un enorme successo, e addirittura nel caso di “Un Ragazzo di strada” persino superiore a quanto ne ebbe l'originale in America, che qualche decennio dopo venne ‘riscoperto’ proprio grazie alla notorietá della cover italiana, continuamente ripresa nelle mille trasmissioni di revival radiofonico e televisivo.

Putroppo la scelta di tradurre letteralmente in italiano il nome del complesso in ‘Prugne Elettriche’ fu alquanto infelice e sicuramente non aiutó il gruppo ad avere successo, che infatti, almeno all'epoca, fu modesto.
Nemmeno la curiosa decisione del duo Boncompagni ≈ Arbore di mettere in gara per la loro ‘Bandiera Gialla’ il retro del 45 giri (“Luvin”) fu azzeccata, dal momento che ció avvenne in una puntata in cui, tra altri grandi nomi, i Beatles presentavano “STRAWBERRY FIELDS FOREVER”; la lotta era decisamente troppo impari e furono subito eliminati e dimenticati in fretta.

Ma torniamo a Los Angeles, dove invece il successo sembrava lí lí per arrivare e dare inizio ad una grande e luminosa carriera.

Lo stile del gruppo viene affinato e indirizzato alla ricerca di suoni piú acidi, consoni con i canoni della nuova psichedelia, utilizzando molti degli effetti in voga al momento, fuzz box, echo drumming e pedale wah wah, che il solo Hendrix all'epoca utilizzava con pari maestria.
Il loro primo album comprende infatti molte ottime composizioni di altissimo livello e di grande impatto sonoro. Dal 33 viene estratto un altro 45 giri, il loro terzo (“GET ME TO THE WORLD ON TIME”) che tuttavia non va oltre un modesto N°27 negli USA e un altrettanto modesto N°42 in Inghilterra.

(J. Hendrixa sinistra/sotto: J. Hendrix).

(foto dal sito J. Hendrix Italia vai alla Home Page JHI).

Il morale del gruppo é in questo periodo molto alto, nonostante i loro dischi non vendano poi cosí bene, ma la critica li incoraggia e il pubblico li mette tra i loro complessi preferiti.
I cinque si fermano parecchio in sala di incisione, e vengono alla luce altre belle canzoni, alcune ancora scritte dalla ormai lanciatissima coppia Tucker ≈ Mantz e altre scritte da loro stessi.
Tutto il materiale prodotto permette alla Reprise: di far uscire nello stesso anno (1967) il loro secondo album, il bellissimo “UNDERGROUND”, che comprende alcune loro composizioni (firmate da Lowe e Tulin) di livello eccellente come la ossessiva e intrigante “The Great Banana Hoax”, la ruvida “Hide Away”, forse il brano in cui Williams offre il meglio delle sue straordinarie doti, tanto da essere da molti paragonato addirittura a Jimi Hendrix, oltre ad altri bellissimi brani come “I Happen To Love You” di Goffin e King, che permettono al gruppo di esprimersi su livelli di grandissimo spessore, lasciando ai posteri quello che, almeno secondo il parere di chi scrive, è indubbiamente il loro vero capolavoro.

Ma a questo punto, quando ci si aspetta la zampata da un milione di copie, il disco d'oro, la Numero 1 a Billboard… succede l'imprevedibile, lo scherzo maligno del destino che nessuno si aspetta.
Ci sono molte versioni, ho letto parecchie opinioni, ma io me la ricordo ancora, la loro vera storia: per questo dico agli amici che mi hanno letto finora di fermarsi qui.

La storia finora ci ha raccontato di un grande gruppo, di uno di quelli che ancora oggi vengono ricordati con affetto dagli appassionati, che ci ha lasciato due grandi dischi che ancora oggi emozionano all'ascolto, due capolavori della psichedelia americana. Allora, vi dico, ricordiamoceli cosí, sospesi al filo della nostra fantasia e oscillanti tra i mille colori del tramonto psichedelico di quello che fu un grandissimo gruppo…

(a destra, la foto del biglietto di un loro concerto).

(foto tratta dal sito psichedelia.org; vai alla Home Page Psichedelia).

biglietto concerto Prigne
Chi invece ama la dura veritá, le storie dal finale drammatico, allora mi segua…

Gli avvenimenti sono molto confusi, i ragazzi si illudono di essere diventati grandi, anche per una certa critica positiva e per la calda accoglienza del loro pubblico che li apprezza e li osanna.
Vengono convinti a partecipare ad un tour in giro dapprima per l'America e poi in Inghilterra; mentre a casa loro erano abbastanza conosciuti e quindi ottennero un buon successo, nel vecchio continente ben pochi li conoscevano, e ai loro spettacoli quindi andarono in pochi.
La colpa fu in gran parte della loro casa discografica, la troppo poco psichedelica e molto sinatriana Reprise che, forse per risparmiare, nulla fece per promuovere il tour dei Prunes, fattostá che loro con questo insuccessero pensarono ingiustamente e troppo frettolosamente di essere finiti, superati e tornarono a casa sconfitti e con il morale sotto i tacchi.

Ad accelerare la fine della storia ci pensa David Axelrod, diventato da poco il loro produttore, la cui idea di far loro incidere un disco psichedelico-religioso trova del tutto contrari i cinque californiani.
Il loro genere garage-rock-psych, molto spettacolare ed adatto ad essere eseguito dal vivo, è del tutto inadatto a questo nuovo esperimento musicale.

È l'addio!

Il solo Mark Tulin rimane per qualche tempo e partecipa alle prime sessions del disco, il cui titolo era pomposamente annunciato come “MASS IN F MINOR” cioè messa in fa minore.

Gli altri componenti stanchi, sfiduciati e delusi abbandonano tristemente la partita e scrivono a caratteri cubitali la parola FINE nella storia del gruppo.
Ma i perfidi discografici cosa si inventano? Assoldano un gruppo Canadese, “The Collectors” e gli affiancano alcuni session man e riescono a completare il disco, un intrigante ma improbabile miscuglio di canto gregoriano in latino inframmezzato da melodie psych-rock.

Nonostante il lavoro raffazzonato, il disco ha un buon successo, addirittura buona parte della critica lo giudica frettolosamente come il loro vero capolavoro, e comunque le vendite sono molto buone. Siamo nel 1968, la musica sta vorticosamente cambiando, e molti si lasciano convincere dall'azzardo mistico-roccheggiante del disco, la critica lo osanna come eccezionale esempio del genere “underground” in voga in quel periodo.

La Reprise: mette in cantiere un tour per promozionare il disco, ma ancora una volta è un flop, i musicisti appena ingaggiati non conoscono i brani e non reggono l'impatto live col pubblico. L'unico brano veramente degno di nota è la famosa “Kyrie Eleison” che poi fu inserita nel mitico film Easy Rider.

Il pubblico per un pò li sostiene, c'è ancotra il tempo per un album minore, sempre del genere religioso-mistico-rock dal titolo “RELEASE FROM AN OATH” (1968) che peró ebbe scarso riscontro, e per l'ultimo lavoro, dal poco incoraggiante titolo “JUST GOOD ROCK AND ROLL”, del 1969, inciso in studio da un ennesimo gruppo fantasma ancora diverso dai precedenti……
Dei primi, grandi Electric Prunes nemmeno le orme dei loro sandali a segnare il mesto viale del tramonto di una storia che, per nostra fortuna, sappiamo essersi giá chiusa di fatto due anni prima.

Per i piú curiosi, i nostalgici, quelli che vogliono sapere tutto, nel 2001 il Combo originale formato da Lowe, Tulin, Williams e Weakley si rimette insieme in studio assieme al figlio di Lowe e un paio di elementi piú giovani, per realizzare un discreto lavoro in CD dal titolo “ARTIFACT” ed un video in DVD che venne intitolato “Rewired”; oltre a ció organizzano un Tour internazionale proponendo vecchi e nuovi brani.
Non contenti, nel 2004 e nel 2007 escono due nuovi lavori piuttosto discutibili dal titolo “CALIFORNIA” e “FEEDBACK”…

A mettere fine a questi patetici tentativi ci pensa il destino, che porta via dal mondo dei vivi il povero Mark Tulin il 26 febbraio 2011 e riconsegna le vere, uniche ed inimitabili Prugne Elettriche al Mito eterno della grande musica Rock.

 

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© Luca Botto, 2011